Atto di dio

Di Giacomo Nanni – Edito da Rizzoli Lizard.

Tutto molto interessante. Molto interessante. I disegni fanno venir voglia di disegnare. Sembrano quelli delle procedure di emergenza degli aerei, ed è un complimento: bilanciati, economici, stranianti. Fanno venir voglia di disegnare perché sembrano così semplici da replicare: foto in moltiplica, pennello dinamico base di photoshop, filtro retino. Ma se sai cosa significa “in moltiplica” sai anche quanto sia difficile trovare una sintesi così efficace. I testi sono ingenui, sussurrati, misteriosi. Il tentativo di assumere punti di vista distanti, inusuali, è molto meritorio dal mio punto di vista, ma non completamente riuscito. Le voci restano molto antropocentriche: a un terremoto non gliene frega proprio niente delle vittime delle scosse. Manco sa che esisti. Anche volendogli dare una coscienza, un terremoto non ti si incula proprio. Nel complesso forse freddino, ma ci sono buone idee, un ritmo discreto ma inesorabile. Vorrei dire un buon finale, ma l’ho letto un mesetto fa e non mi ricordo come finisce.

La mia prima volta

Di Kabi Nagata – Edito da J-Pop.

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Sta ragazza non sta bene. Non sta proprio bene, apparte tutte le cose che racconta, sono quelle che non racconta a preoccuparmi. Sta seguendo una terapia farmacologia? Sta vedendo qualcuno di bravo con regolarità? Ho capito che lei dice che ora sta meglio e ha trovato nel far leggere fumetti “il miele magico che da senso alla vita” ma il miele magico che da senso alla vita non esiste. E quando se ne accorgerà, o quando il suo prossimo fumetto magari avrà un po’ meno successo del primo, io ve lo dico, la ragazza si butta sotto un treno. No, è giapponese, non credo che metterebbe mai in difficoltà i trasporti pubblici. Si eviscera con un wakizashi. Neanche, troppo onorevole. Comunque, cercherà di ammazzarsi. E visto che sta abbastanza bene, avrà le energie per farlo. Questa ragazza non sta un po’ male, è clinica. Va seguita, probabilmente tutta la vita. Il fumetto è carino. Ma mi premeva più che altro dire che da quello che emerge dal racconto l’autrice ha sicuramente superato un periodo di acuzie ma è ben lungi da aver trovato un equilibrio. Non sottovalutiamo i disturbi mentali. State vicino alle persone che sbroccano, controllate che prendano le medicine, accompagateli da professionisti prima di dover chiamare un’ambulanza.

Cinzia

di Leo Ortolani – Edito da Bao Publishing

Questo è un fumetto fatto proprio bene. La regia invisibile e sontuosa al contempo. Ogni tratto vibra e rende i personaggi vivi. Il ritmo semplice e irresistibile. Ricordando la grettezza di Rat-Man a una prima lettura ci si stupisce della delicatezza di alcuni passaggi: l’origine del nome della protagonista, la nuotata nel diluvio universale, il finale a macchia di leopardo. Alla seconda lettura ci si rende conto che metà delle battute sono doppi sensi che rimandano al sesso anale. Cazzo nel culo! Ahahaha! Cazzo nel culo! Ahahaha! Cazzo nel culo! Ahahaha. Cazzo nel culo. Ah Ah Ah. Cazzo nel culo. Ah Ah. Cazzo nel culo. Ah. Cazzo grosso nel culo! AHAHAHAH! Cioè, gli fa male il culo perché gli ha messo dentro il cazzo grosso!? Noo! Troppo forte, che ridere! Cioè, il cazzo dentro al culo, ma il cazzo grosso e il culo allora dolorante! Mi sganascio! Alla prima lettura mi ero stupito di come l’ironia sul movimento LGBTQ fosse becera ma anche calzante. Alla seconda lettura mi è venuto il dubbio che Ortolani non ne sapesse molto, ma con le sue incredibili capacità di scrittura e disegno fosse riuscito a dare consistenza alla superficiale visione di qualsiasi gruppo minoritario che tenta di affermare i propri diritti in maniera democratica. Mi resta il dubbio. Abbiamo un autore che senza farci percepire sforzo alcuno usa tutto quello che si può usare in un fumetto: didascalie discordanti dalle immagini; disegno che diventa concetto; didascalie che censurano e traducono balloon; sequenze mute; sequenze senza disegni… Ortolani è a mani basse il miglior autore di fumetti italiano vivente. Gli fa un sacco ridere pensare a un cazzo grosso dentro un culo. Temo questo sia l’unico motivo per cui Cinzia non può neanche iniziare il processo di transizione. Non ci viene data nessuna spiegazione per cui Cinzia non potrebbe diventare legalmente Cinzia. Nella città senza nome evidentemente non si può cambiare sesso, ma in molte altre parti del mondo sí, compresa l’Italia. Cinzia, in una mossa metatestuale tanto cara al tuo creatore, liberati di lui e tagliati questo mirabolante cazzo che ormai l’unica cosa a cui serve è farci battute bolse.

Sadbøi

Di Berliac – Edito da Canicola

La storia è una bella storia: spietata, divertente, significativa. La narrazione è didascalica, perché attraversata continuamente dalle voci fuori campo dei telegiornali e dalle interpretazioni della vicenda di alcune figure: le istituzioni di accoglienza, il gallerista, l’artista rapito. Al racconto dei fatti si sovrappongono spesso punti di vista parziali, che interpretano ogni frammento in maniera che possa confermare la tesi che sostengono. L’assistente sociale che cerca una giustificazione; l’opinione pubblica xenofoba che ne fa un caso simbolico per attaccare tutti gli stranieri; il gallerista che trova significati profondi per giustificare la sua spregiudicatezza; l’artista che con la sua interpretazione trova un modo per non dover mettere in discussione il mercato dell’arte. Polarizzato come Young Signorino, dello sfortunato Sadbøi non sappiamo poi molto. Ha avuto una vita di merda e non ha gli strumenti né per resistere all’ipocrisia dell’Europa, né per sfruttarne il paternalismo. Si butta a capofitto nell’illegalità, e non mi sento neanche di dargli torto. Insomma, un bel fumetto. Eh. Insomma. Il caro Berliac, che del protagonista condivide una certa simpatica guascona arroganza, è un esponente del Gaijin Manga, un piccolo ma infottatissimo gruppo di autori internazionali che hanno adottato in toto le forme del fumetto prodotto in giappone, in particolare rifacendosi alla tradizione del Gegika Manga. Non ho nessun problema con l’idea, rifarsi a una scuola non del proprio paese di nascita mi sembra del tutto lecito. A me Berliac sembra solo che disegni molto male, e non particolarmente manga. La cosa che mi ricorda di più è Corna Vissute. Si parla proprio di prospettive che non tornano, figure del tutto estranee agli sfondi, e quella che forse è la cosa più fastidiosa: i personaggi sono inchiodati, legnosi, i movimenti poco credibili. Non mi ha impedito di leggere, ma in diversi punti mi sono distratto: i personaggi non si muovono davvero, accennano gesti per farci capire cosa succede. Proprio come nei tascabili porno italiani degli anni ’70 e ’80, in cui le situazioni rappresentate erano sempre stereotipate e ai disegnatori bastava accennare movimenti di figure con anatomie fragilissime per raggiungere l’efficacia funzionale. Non tutti, alcuni erano disegnati bene. Non è il caso di Sadbøi. Berliac, non te la prendere, qualcuno lo deve dire, è un mezzo disastro come è disegnato questo fumetto. Tranne pagina 62, che è anche quella in cui si vedono chiaramente le influenze del Gegika. Pagina 62 non è male. Su lettering e onomatopee non mi pronuncio neanche perché ho un cuore.

Maria pianse sui piedi di Gesù

Di Chester Brown – Edito da Bao Publishing

C_Brown_Maria_pianse_4Dimensione e rilegatura di questo fumetto lo rendono molto simile a un vecchio breviario. Infatti è una trasposizione di episodi biblici. Subito pensi alla Genesi di Crumb e l’ombra nera della noia si allunga maligna su di te. Invece leggi rapito dalla solidità del segno e dalla regia di Chester: sembra di guardare un perfetto diorama, costruito su un tavolo davanti a noi, nel quale statuine graziosissime agiscono per nostro giubilo ed emolumento. Il punto di vista del lettore potrebbe essere paragonato a quello divino, se non fosse che dio appare in vari momenti, e vediamo dall’alto pure lui. La gabbia rigorosa di 4 vignette per pagina scandisce come un metronomo quel susseguirsi di meschine atrocità che solo la Bibbia può. Vai avanti a leggere, in una bolla, fino a un testo, che dovrebbe essere una postfazione ma è a due terzi del libro, e lì Chester cala l’asso di briscola e manda tutti a casa. Hai la conferma che le storie che hai letto vanno tutte a dimostrare una teoria interpretativa delle sacre scritture: Dio apprezza chi gli disubbidisce, Gesù era favorevole alla prostituzione, la Madonna faceva la puttana. Chester, come cazzo stai? Ma io ti amo Chester sei fuori come un savonese technohardcore che si è fumato il nero di seppia! Sei troppo il migliore, ma come me l’hai scompaginato il cristianesimo? Non si rialzano più bomber, me li hai raso al suolo il vaticano!

Mr Brown potrebbe avere degli interessi particolari a sostenere questa teoria, visto che è anche l’autore di “Io le pago”, nel quale parla della sua storia di cliente abituale. Chester è dichiaratamente un sostenitore dei diritti dei sex worker, e se ci pensate è davvero raro che un cliente parli apertamente e cercando di smantellare stereotipi sulla prostituzione. Il libro si conclude con la storia di Giobbe e un centinaio di pagine di note, scritte purtroppo con il font usato nel fumetto, scelta davvero disdicevole. Quindi non ho letto tutte le note, ma è chiaro che il ragazzo sa di cosa sta parlando: è davvero molto appassionato d’interpretazione di Antico e Nuovo testamento. Per quanto forse ingenua in alcuni passaggi, non è una teoria campata in aria, ci sono quattro pagine solo di bibliografia. Grazie Chester Brown per prendere le parti di una delle categorie più presenti e più bistrattate durante tutta la storia dell’umanità, e grazie per averlo fatto in una maniera così radicale ed elegante. Chester Brown: un grande autore, un uomo coraggioso, un puttaniere.

Il futuro è un morbo oscuro, dottor Zurich!

Di Alessandro Lise e Alberto Talami – Edito da Becco Giallo


Non si capisce un cazzo. Posso anche godere della parodia del Grande Romanzo Russo e di alcune suggestioni, ma poi a un certo punto diventa chiaro che l’affastellarsi di loop temporali e lupi della steppa non andrà a parare proprio da nessuna parte, e ti scende tutto. Ci sono arrivato in fondo perché per carità, le tavole sono meravigliose: il ritmo grafico è raffinatissimo. Però, dopo un po’ di molto soddisfacenti pieni e vuoti, retini esagerati e pupazzi pazzi, avanti e indietro in un tempo circolare, avanti e indietro, indietro e avanti, io non ne posso più. Vi prego. Sono tante pagine, ci sono le formiche parlanti che stanno prendendo il controllo, ok, è vero, bei personaggi, ma non mi basta. Non può bastare, dai. Magari se lo rileggo ci trovo anche un senso, ma io non ho tanta voglia di rileggerlo: è troppo un casino ragazzi. Troppo un casino, un po’ andava bene, ma così è troppo. Avanti e indietro, e spara il razzo, e la piantina, e entra nell’ospedale e spara il razzo, e ‘sta piantina, e i dottori gelosi, e avanti e indietro, e la piantina, i lupi della steppa, i colleghi ostili, e la piantina. È tutto molto bello, ma davvero, non si capisce un cazzo.

L’uomo senza talento

Di Yoshiharu Tsuge – Edito da Canicola

Una cosa più triste di Marcovaldo. Madonna la tristezza. Un disegno scarno, sottile, storto, rigido come un morto. Questi due che si odiano apertamente con questo bambino appresso di cui non sanno cosa farne. Inconcludente, si avvita a ogni episodio sempre più a fondo in un legno marcio, che non può sostenere nessun finale soddisfacente. Non si può fare a meno di rileggerlo. Compaiono scampoli di erotismo, affetti sinceri, anziani distrutti dall’alcol, falsi invalidi, bambini che cagano nella cucina a vista di una locanda. Un racconto sommesso sulla ricerca dell’inutilità, raggiunta inseguendo con indolente tenacia un miraggio di successo. Un uomo in balia degli umori del capitalismo, che trascura qualsiasi responsabilità famigliare mentre cerca la pietra filosofale rimanendo sdraiato sulla riva di un fiume. Insomma, l’irresistibile storia di uno stupido pezzo di merda che farebbe più bella figura ad ammazzarsi.